I pazienti a basso rischio con alti livelli di ferritina sierica presentano una maggiore dipendenza trasfusionale, più comorbilità ed una peggiore qualità della vita. 

Nei pazienti con sindromi mielodisplastiche a basso rischio, l’eritropoiesi inefficace e la dipendenza trasfusionale possono determinare accumuli di ferro nel sangue. Da uno studio GIMEMA, presentato a Roma durante il convegno della Società italiana di ematologia (SIE), è emerso che i pazienti con alti livelli di ferritina sierica mostrano una peggiore qualità della vita legata alla salute (HRQoL, Health-Related Quality of Life).

 

Le sindromi mielodisplastiche sono neoplasie ematologiche caratterizzate da difetti nella produzione di cellule del sangue come globuli rossi, piastrine e globuli bianchi. Sono anche note come malattie preleucemiche perché possono evolvere, nel tempo, in leucemia acuta. Sulla base di questa possibilità, i pazienti vengono distinti in due grandi gruppi: quelli a basso rischio e quelli ad alto rischio di evoluzione della malattia. Generalmente, per quelli a rischio basso è indicata una terapia osservazionale e di supporto, con trasfusioni, ferrochelazione e somministrazione di fattori di crescita eritrocitari e granulocitari.

Per questo studio sono stati arruolati 382 pazienti con sindromi mielodisplastiche a basso rischio. Tutti sono stati invitati a compilare il questionario dell’Organizzazione europea per la ricerca e il trattamento del cancro (EORTC, European Organisation for Research and Treatment of Cancer) Core-30 (QLQ-C30). I pazienti sono stati divisi in due gruppi sulla base del superamento o meno della soglia limite di 1000 ng/ml di ferritina sierica, indice di un grave sovraccarico di ferro.

 

I risultati hanno mostrato che, in generale, i pazienti con livelli di ferritina maggiori rispetto al limite stabilito presentavano valori peggiori su tutte le scale funzionali del questionario. In particolare, le maggiori differenze sono state trovate per il funzionamento emotivo, e per sintomi come affaticamento, dolore, insonnia, dispnea e perdita di appetito.

Giovanni Caocci

Inoltre, in questo gruppo, è stata osservata una maggiore dipendenza trasfusionale e la presenza di due o più comorbilità. “Ѐ una correlazione attesa quella tra trasfusioni e ferritina: l’accumulo di ferro è un’inevitabile complicazione della terapia trasfusionale a lungo termine nei pazienti a basso rischio di sindromi mielodisplastiche. Questi pazienti vivono più a lungo, ricevono più trasfusioni e quindi hanno un rischio maggiore di accumulo di ferro. Un po’ meno attesa è l’associazione tra ferritina e comorbilità”, commenta Giovanni Caocci, co-autore dello studio.

  “Sappiamo che avere più ferritina nel sangue comporta un danno tossico per l’organismo: vengono colpiti soprattutto il cuore, il fegato, il sistema endocrino e il midollo osseo. Per cui, i pazienti con alti livelli di ferritina corrono un rischio maggiore di sviluppare patologie a carico di questi bersagli.”

Giovanni Caocci

In conclusione, i ricercatori suggeriscono di valutare nei pazienti con alti livelli di ferritina il possibile effetto della chelazione del ferro: “Teoricamente, la ferrochelazione dovrebbe iniziare dopo le 20 trasfusioni o con ferritina superiore a 1000 ng/ml. Ma nella pratica clinica ci siamo resi conto che solo pochi pazienti vengono trattati con i farmaci per la chelazione del ferro”, spiega Caocci. “Sarebbe interessante valutare se il trattamento con farmaci ferro-chelanti possa migliorare la qualità di vita di questi pazienti affetti da sindromi mielodisplastiche a basso rischio”.