Integrando i dati genomici e clinici, i metodi di classificazione di rischio tradizionali potrebbero essere perfezionati, aiutando a migliorare il trattamento e l’andamento dei pazienti ad alto rischio.
Il mieloma multiplo è un tumore del midollo osseo con esiti clinici molto variabili. Se da un lato molti pazienti giovani con nuova diagnosi possono raggiungere una sopravvivenza mediana superiore ai dieci anni, dall’altro i pazienti con mieloma multiplo definito ad alto rischio (HRMM, High Risk Multiple Mileoma) evolvono rapidamente verso progressione precoce e morte entro pochi anni.
Un lavoro di revisione, recentemente pubblicato su Mediterranean Journal of Hematology and Infectious Diseases, ha analizzato le evidenze di letteratura disponibili combinando dati genomici, clinici e citogenetici, per migliorare la stratificazione prognostica e il trattamento dei pazienti con mieloma multiplo ad alto rischio.
La definizione di mieloma multiplo ad alto rischio è stata introdotta nel 2015, con l’adozione del Revised International Staging System (R-ISS), un metodo di classificazione della malattia, ad oggi ancora in uso, che si basa su parametri relativi alla massa tumorale, alla presenza di anomalie citogenetiche e ai livelli di lattato deidrogenasi. “In questo lavoro di revisione abbiamo ampliato e approfondito quanto già delineato dal R-ISS, focalizzandoci in modo più puntuale sulle alterazioni biologiche associate a prognosi sfavorevole e a rischio di recidiva precoce”, spiega Enrica Antonia Martino, ematologa presso l’Azienda Ospedaliera Annunziata di Cosenza, tra gli autori dello studio.
“In particolare, nella review evidenziamo come, non sia tanto la singola anomalia a determinare l’andamento della malattia, quanto la presenza concomitante di più alterazioni ad alto rischio, che si traduce in un impatto significativamente negativo sulla prognosi complessiva del paziente”.
Tra le principali alterazioni genomiche ad alto rischio individuate, emergono le anomalie del cromosoma 1q e la perdita di funzione biallelica del gene TP53, entrambe associate a maggiore rischio di progressione precoce e ridotta sopravvivenza. Mentre, tra le anomalie cellulari, la presenza di plasmacellule circolanti nel sangue periferico, dove sono normalmente quasi assenti, è indice dell’aggressività della malattia: “Le plasmacellule circolanti hanno un valore predittivo autonomo, che consente di affinare la stratificazione del rischio oltre il R-ISS e di individuare meglio quei pazienti che, pur classificati in stadi iniziali, possono avere un andamento della malattia simile a quello dei casi più avanzati. In particolare, i pazienti che superano la soglia clinicamente rilevante del 2% tendono ad avere una sopravvivenza più breve rispetto a quelli che presentano livelli inferiori”, chiarisce la dottoressa Martino.
Un altro importante marcatore di risposta e sopravvivenza individuato è la malattia minima residua (MRD), ovvero la presenza di cellule neoplastiche residue, dopo il trattamento.
“Sappiamo che, ad oggi, il trattamento del mieloma multiplo prevede spesso terapie anche lunghe, che possono avere un impatto non trascurabile sulla qualità di vita dei pazienti. In questo contesto, la valutazione della MRD può guidare verso una rimodulazione dell’intensità terapeutica nei pazienti che raggiungono una negatività sostenuta, contribuendo a limitare l’esposizione prolungata ai farmaci”.
Lo studio prende in esame anche le informazioni derivanti da tecniche di imaging, in particolare la PET, in grado di fornire informazioni fondamentali sull’attività metabolica del mieloma, un parametro strettamente correlato alla prognosi, come ci spiega la dottoressa: “Diversi studi prospettici hanno evidenziato che una PET negativa alla diagnosi o la sua negativizzazione prima dell’inizio della terapia di mantenimento sono correlati a esiti migliori, sia in termini di progressione sia di sopravvivenza globale”.
Infine, la review cita l’Individualised Risk Model for Multiple Myeloma (IRMMa), un modello predittivo che integra dati clinici, genomici e terapeutici. L’algoritmo, validato su alcune coorti di pazienti, ha dimostrato una capacità discriminativa superiore rispetto ai sistemi tradizionali; tuttavia, prima di poterlo utilizzare, occorrerà validarlo su casistichei più ampie di pazienti.
L’articolo originale di Martino EA, Mele G, Vigna E, Morabito F, Gentile M, Refining High-Risk Multiple Myeloma: Advancements in Genomic, Clinical, and Prognostic Criteria, pubblicato su Mediterranean Journal of Hematology and Infectious Diseases è disponibile al seguente link: https://doi.org/10.4084/MJHID.2025.006