CARE INSIGHT

Ottobre è il mese della sensibilizzazione sul tumore al seno: un’occasione per accendere i riflettori anche su forme meno conosciute, come il tumore al seno che può manifestarsi in alcune pazienti anni dopo esser guarite dal linfoma. I motivi spesso si ricollegano agli effetti a lungo termine delle terapie. Oggi, grazie alla prevenzione e controlli mirati, è possibile prendersi cura della propria salute anche negli anni successivi alla guarigione.

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In questo articolo:

  1. Chi è a rischio di tumore al seno
  2. Linfoma di Hodgkin: le terapie, tra cura ed effetti collaterali
  3. La prevenzione del tumore al seno: gli screening e lo stile di vita

Tra i vari tumori del sangue, l’associazione tra il trattamento del linfoma di Hodgkin e l’insorgenza di tumore al seno è la più documentata e conosciuta. Il linfoma di Hodgkin si presenta in due principali fasce di età: tra i 20 e i 30 anni oppure dopo i 70 anni. A essere a rischio di tumore al seno secondario, sono soprattutto i casi più giovani che hanno alte probabilità di guarire dalla malattia. Dopo circa 15-20 anni dal trattamento una piccola percentuale di loro si trova ad affrontare un tumore al seno. Tale probabilità aumenta a seconda dell’età e del dosaggio dei chemioterapici e per chi presenta mutazioni genetiche, come quelle dei geni BRCA1 e BRCA2.

Qualunque terapia oncologica agisce contro i tumori, ma porta con sé anche diversi effetti collaterali. Alcuni sono visibili nell’immediato, come la perdita di capelli, pancitopenia e senso di affaticamento, mentre altri si manifestano negli anni successivi portando allo sviluppo di altre patologie. La chemioterapia e la radioterapia sono tra gli approcci più impattanti in entrambi i sensi, dal momento che la loro azione è rivolta alle cellule tumorali, ma può anche danneggiare i tessuti sani circostanti.

Per quanto riguarda il linfoma di Hodgkin, il rischio di tumore al seno secondario è soprattutto associato alla radioterapia toracica e ai trattamenti con la doxorubicina, un chemioterapico della famiglia delle antracicline, utilizzate da sole o in combinazione. Anche se queste terapie sono efficaci contro la neoplasia originaria, nel lungo termine possono predisporre allo sviluppo di vari disturbi e malattie, come problemi cardiovascolari, e appunto, il tumore al seno.

Solo in futuro sarà possibile comprendere se la graduale introduzione in clinica dell’immunoterapia e di farmaci di precisione con un’azione più mirata saranno in grado di ridurre i rischi di sviluppare un tumore al seno secondario.

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Le radiazioni ionizzanti della radioterapia colpiscono la massa tumorale, ma possono avere un effetto anche su quelle sane. Il rischio di tumore al seno secondario aumenta con l’intensità del dosaggio di radiazioni e nei casi in cui la terapia radiante è stata  effettuata prima dei 30 anni. Negli anni, sono state sviluppate tipologie di radioterapia con un’azione più mirata e a dosaggi minori, ma senza riuscire a eliminare il rischio.

La doxorubicina svolge la sua azione antitumorale rompendo il doppio filamento che compone il DNA delle cellule tumorali e bloccandone la proliferazione. Allo stesso tempo, però, nella sua conformazione convenzionale, la doxorubicina può danneggiare il genoma delle cellule sane circostanti e indurre la formazione di mutazioni genetiche che nel tempo predispongono allo sviluppo del tumore al seno. Anche in questo caso, il dosaggio del medicinale influenza il rischio di tumore al seno, per le pazienti che hanno ricevuto la doxorubicina e sono sopravvissute a un linfoma di Hodgkin. Dosi maggiori di 200 mg/m2 sono associate a un aumento delle probabilità di sviluppare il tumore al seno, che cresce a ogni incremento di dosaggio.

Secondo i risultati di un recente studio, questo effetto potrebbe essere limitato con una particolare formulazione della doxorubicina, che al momento è utilizzata per i pazienti con linfoma di Hodgkin con età superiore ai 60 anni. Rispetto alla doxorubicina convenzionale, quella liposomiale non peghilata è coperta da un rivestimento che permette un’azione mirata della terapia e una minore tossicità. Queste osservazioni, anche se dovranno essere confermate in futuro, suggeriscono che la doxorubicina liposomiale possa ridurre il rischio di tumore al seno nelle pazienti giovani, senza modificare l’efficacia terapeutica del trattamento.

Le pazienti trattate con successo e “guarite” dal linfoma di Hodgkin hanno diversi modi per prevenire il rischio di tumore al seno secondario.

Possono per esempio seguire specifici programmi di screening e prevenzione per il tumore al seno. Alla popolazione generale, viene suggerito di svolgere una mammografia ogni due anni dai 45 ai 74 anni di età. Alle donne a rischio di tumore al seno secondario, invece, si raccomanda di aumentare la frequenza e l’età in cui si inizia a svolgere gli esami, con modalità che variano a seconda del centro ospedaliero. Alcune linee guida indicano di eseguire ogni anno una mammografia e una risonanza magnetica con mezzo di contrasto (MRI). Raccomandano anche di anticipare l’età di inizio a 25 anni e, per coloro che hanno effettuato una radioterapia toracica prima dei 30 anni, iniziare gli esami di prevenzione otto anni dopo la fine del trattamento. È importante però informarsi sul programma previsto dall’ospedale di riferimento.

Allo stesso tempo, rimane sempre utile ridurre i principali fattori di rischio per i tumori, che sono validi per tutta la popolazione e ancor più per le donne a rischio. È dunque sempre consigliato evitare il fumo e gli alcolici, o limitarne il più possibile il consumo, svolgere attività fisica, avere una dieta varia ed equilibrata, mantenere il proprio peso forma, e seguire gli altri programmi di screening per il cancro al colon-retto e alla cervice uterina.


Fonti: