Una indagine GIMEMA, i cui risultati sono stati pubblicati su Annals of Hematology, ha esaminato l’approccio degli ematologi italiani alle misure di fine vita in pazienti con tumori del sangue. Gli specialisti concordano sugli interventi da attuare, ma emerge la necessità di una migliore formazione riguardo alla comunicazione medico-paziente.
Nei tumori del sangue i trattamenti terminali sono spesso aggressivi: chemioterapia nelle ultime settimane, accessi ripetuti in pronto soccorso, ricoveri in terapia intensiva, decessi in ospedale. Un recente articolo pubblicato da ricercatori italiani sulla rivista Annals of Hematology, attraverso un questionario online di GIMEMA, ha esplorato l’atteggiamento di una coorte di ematologi italiani verso le misure di qualità delle cure di fine vita, le loro opinioni sugli ostacoli all’erogazione di queste e i potenziali interventi per migliorarle. Hanno partecipato all’indagine 186 ematologi italiani.
Gli ematologi hanno giudicato 8 delle 13 misure di qualità dell’assistenza di fine vita come altamente accettabili, tra cui: nessuna nuova chemioterapia, nessun ricovero in terapia intensiva, nessuna intubazione/rianimazione cardiopolmonare negli ultimi 30 giorni di vita e ingresso in hospice per un periodo superiore a 7 giorni prima del decesso.
Tra le misure meno accettate ci sono le trasfusioni e le chemioterapie nelle ultime settimane, che molti clinici percepiscono come interventi non adeguati. Interessante l’effetto dell’anzianità: chi ha più anni di professione concorda più spesso sul non iniziare chemioterapia negli ultimi 14 giorni di vita, segno che l’esperienza sposta l’ago verso la de-intensificazione. L’assistenza domiciliare, invece, è ritenuta un ottimo strumento, ma un terzo dei clinici teme che non copra appieno bisogni tipici dei pazienti onco-ematologici, rendendo quindi evidente la necessità di una rete di assistenza domiciliare più robusta.
Se le misure sono in gran parte condivise, ciò che si è dimostrato essere un limite è l’aspetto relazionale e comunicativo.
Le barriere più citate sono le aspettative irrealistiche dei pazienti (90%), il timore del medico di togliere speranza (80%) e l’incertezza su “cosa dire e come dirlo” (60%). Coerentemente, il 73–74% dichiara scarsa familiarità con i colloqui su obiettivi di cura e pianificazione condivisa del percorso: molti discutono prognosi e priorità terapeutiche tardivamente in modo episodico e non strutturato, privilegiando la cornice della curabilità rispetto a quella dell’incurabilità.
Questo evidenzia l’importanza di training strutturati sulle competenze comunicative in ematologia, laddove il nodo principale non è l’etica delle scelte ma il linguaggio con cui si costruiscono consenso e speranza realistica. È stato dimostrato che interventi formativi e di miglioramento della qualità della comunicazione sono associati a un miglioramento della frequenza e qualità delle conversazioni sulle cure terminali e, soprattutto, aumentano la probabilità che i pazienti ricevano cure di fine vita allineate alle proprie preferenze, con conversazioni focalizzate sul paziente, sulla comprensione della malattia e sulle preferenze rispetto ai trattamenti palliativi.
Gli ematologi italiani, quindi, appaiono allineati riguardo alla maggior parte delle attuali misure di assistenza di fine vita, in grado di identificarne eventuali criticità e sono aperti e ricettivi verso interventi di miglioramento. Tuttavia, al fine di migliorare il fine vita dei pazienti onco-ematologici, è emersa la necessità di un migliore training dei clinici riguardo la comunicazione medico-paziente, così come la necessità di integrare precocemente nel trattamento una rete assistenziale e di cure palliative.
L’articolo originale di Potenza L, et al. Understanding challenges and barriers to quality end-of-life care for patients with hematologic malignancies: a GIMEMA survey, pubblicato su Annals of Hematology è disponibile al seguente link https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/41068303/