Una recente revisione della letteratura fa il punto su questa forma molto rara di malattia ematologica: diagnosi, prognosi e strategie terapeutiche
La medicina basata sulle evidenze fonda gran parte della sua solidità su numeri e statistiche: ecco perché studiare una malattia rara, che per definizione coinvolge pochi pazienti, può essere una vera sfida per la ricerca. Allo stesso tempo, proprio la scarsità dei casi rende ancora più necessario mettere in rete dati, competenze e centri clinici, con il fine di migliorare diagnosi e trattamenti per le persone colpite da queste patologie. Si inserisce in questa direzione una recente revisione della letteratura sulla leucemia mieloide cronica atipica (aCML, dall’inglese Atypical chronic myeloid leukemia), una malattia rara delle cellule staminali emopoietiche. L’obiettivo del lavoro è fare il punto sulle limitate casistiche disponibili a livello internazionale e sulle conoscenze attuali relative a diagnosi, prognosi e strategie terapeutiche. Gimema Informazione ne ha parlato con Alessandra Iurlo, Dirigente medico, Responsabile SS Sindromi Mieloproliferative presso la Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano e prima autrice dell’articolo.
Leucemia mieloide cronica atipica: caratteristiche, diagnosi e trattamento
L’aCML è una forma molto rara di tumore del sangue che origina dalle cellule staminali del midollo osseo e che dal punto di vista biologico presenta caratteristiche intermedie tra due grandi gruppi di malattie ematologiche: le sindromi mielodisplastiche (MDS, dall’inglese Myelodysplastic syndromes), in cui le cellule del midollo si sviluppano in modo anomalo e inefficiente, e le neoplasie mieloproliferative (MPN, dall’inglese Myeloproliferative neoplasm), caratterizzate invece da una produzione eccessiva di cellule normalmente differenziate.
Nei pazienti con aCML si osserva in particolare un aumento marcato dei globuli bianchi, con evidenza di cellule mieloidi immature nel sangue periferico e di anomalie nella maturazione dei granulociti.
Negli ultimi anni le tecnologie di sequenziamento genomico hanno permesso di comprendere meglio i meccanismi biologici alla base della malattia e di individuare alcune mutazioni potenzialmente utilizzabili come bersagli terapeutici. Tuttavia, l’aCML rimane una sfida clinica importante: la sua estrema rarità, la notevole eterogeneità genetica tra i pazienti, l’assenza di biomarcatori specifici e il numero limitato di studi clinici prospettici rendono ancora complessa sia la diagnosi sia la scelta del trattamento più appropriato.
Incertezze nella diagnosi della leucemia mieloide cronica atipica
Ed è qui che si inserisce la review a firma di Iurlo, da cui emerge che il primo scoglio per l’aCML è proprio arrivare a una diagnosi precisa.
“Per quanto riguarda questo aspetto, nel nostro lavoro abbiamo voluto sottolineare l’importanza di un approccio multidisciplinare. Oggi il dato molecolare è molto utile, ma la diagnosi resta basata su una combinazione di dati clinici, esami di laboratorio e valutazione istologica”, sottolinea la ricercatrice.
Quando si parla di approccio multidisciplinare, si fa riferimento in particolare alla collaborazione tra ematologia, biologia molecolare e anatomia patologica. “È fondamentale il contributo di un anatomopatologo esperto”, continua Iurlo, “perché i confini tra questo tipo di patologie sono molto sottili. Negli ultimi anni la situazione si è ulteriormente complicata con l’introduzione delle nuove classificazioni”.
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L’aCML è stata infatti riconosciuta come entità distinta relativamente di recente. È comparsa per la prima volta nella classificazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) del 2001 e, nelle revisioni successive, è stata inserita nel gruppo delle patologie “overlap” MDS/MPN. Nel 2022 la quinta edizione della classificazione OMS ha proposto di rinominarla “MDS/MPN con neutrofilia”. Tuttavia, un’altra classificazione internazionale, la International Consensus Classification (ICC), continua a utilizzare il termine leucemia mieloide cronica atipica, ancora molto diffuso nella letteratura scientifica. “Le due nomenclature non sono perfettamente sovrapponibili», osserva Iurlo, “e questo può creare difficoltà anche nella pratica clinica”.
Un percorso diagnostico-terapeutico assistenziale specifico per questa malattia
Lo studio rileva come le incertezze non riguardano solo la diagnosi, ma anche la definizione della prognosi. “Parliamo di una patologia con una sopravvivenza relativamente breve, generalmente tra i 12 e i 24 mesi”, spiega la ricercatrice. “Un’altra difficoltà è individuare fattori prognostici condivisi. Diversi studi prendono in considerazione parametri differenti e questo rende difficile costruire modelli realmente uniformi. E non dimentichiamo che circa il 40% dei pazienti può evolvere verso una leucemia acuta”. Proprio per questo, aggiunge Iurlo, sarebbe importante arrivare in futuro a un percorso diagnostico-terapeutico assistenziale specifico per questa malattia.
Oggi l’unico trattamento potenzialmente curativo è il trapianto di midollo osseo, tuttavia molti pazienti con aCML hanno un’età avanzata e non sono candidabili a questa procedura.
“Nella pratica clinica utilizziamo farmaci come l’idrossiurea o gli agenti ipometilanti”, spiega Iurlo, “ma si tratta di trattamenti principalmente palliativi. Per i pazienti che non possono accedere al trapianto c’è quindi un bisogno evidente di nuove opzioni terapeutiche”.
Guardando al futuro, una delle priorità della ricerca potrebbe essere proprio la definizione di strumenti prognostici più affidabili. “Capire con maggiore precisione quali pazienti siano a basso o ad alto rischio potrebbe aiutare a orientare le decisioni terapeutiche, inclusa l’indicazione al trapianto”, conclude Iurlo. In questo scenario la collaborazione scientifica diventa fondamentale. “Se anche un grande centro internazionale raccoglie circa 70 casi, è evidente quanto sia difficile studiare queste malattie”, osserva la ricercatrice. “È il limite inevitabile delle patologie rare. Proprio per questo gli sforzi devono andare nella direzione della cooperazione tra centri e gruppi di ricerca, per mettere insieme i dati e costruire una base di conoscenze più solida. Ecco perché è così importante”.
L’articolo a cura di A. Iurlo et al. Atypical chronic myeloid leukemia: From diagnosis to molecular features and therapeutic options, pubblicato su HemaSphere, è consultabile al seguente link: https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/hem3.70270