PAPER IN BRIEF

 

Uno studio real-world con follow-up fino a 25 anni conferma che imatinib garantisce un controllo duraturo della leucemia mieloide cronica, con elevata sopravvivenza e buona tollerabilità

In breve

  • Imatinib conferma efficacia duratura e ottima tollerabilità, rimanendo un riferimento nell’era dei nuovi TKI, e offre la possibilità di personalizzare, ridurre o sospendere la terapia in pazienti selezionati.
  • Dai dati retrospettivi, la sopravvivenza globale del trattamento con imatinib è del 71% a 25 anni, e la sopravvivenza libera da progressione ~88%, con risposte molecolari profonde nella maggior parte dei pazienti nel lungo termine.
  • Lo studio è retrospettivo e copre un arco temporale molto ampio, durante il quale si sono evoluti approcci terapeutici e modalità di monitoraggio molecolare, con una conseguente eterogeneità nelle strategie di gestione clinica.
  • Altri elementi rilevanti: l’analisi retrospettiva evidenzia come la terapia con imatinib possa essere personalizzata con riduzione della dose senza perdita di efficacia; il profilo di sicurezza è favorevole, soprattutto nei pazienti anziani o con comorbidità.

Uno studio pubblicato sul British Journal of Haematology presenta un’analisi retrospettiva sul trattamento della leucemia mieloide cronica (CML) con imatinib, un inibitore delle tirosin chinasi (TKI) di prima generazione. Introdotto ormai più vent’anni fa, imatinib ha rivoluzionato la gestione della CML, perché agisce bloccando in modo selettivo la proteina anomala BCR::ABL1, driver della patologia.

Il gruppo di ricerca, che unisce i medici dell’Università Sapienza di Roma e dell’Università di Cagliari, ha analizzato i dati di una coorte storica monocentrica di 210 pazienti con CML in fase cronica, afferenti alla Università Sapienza, con un follow-up mediano di 12,4 anni, trattati con imatinib tra il 2000 e il 2025. I risultati mostrano come l’imatinib rimanga un trattamento estremamente efficace, sicuro e duraturo anche nel lunghissimo periodo: la sopravvivenza globale è del 71%; quella libera da progressione di quasi il 90%. Dati altrettanto significativi sono quelli delle risposte molecolari maggiori (riduzione del gene BCR::ABL1 a livelli <0,1%) e profonda (riduzione del gene BCR::ABL1 a livelli ancora più bassi): la prima supera l’80% a 5 anni e si avvicina al 100% a 10 anni, mentre la risposta profonda aumenta progressivamente fino a oltre l’80% nel lungo termine.

Nel periodo di osservazione, inoltre, il 26% circa dei pazienti ha ridotto la dose, prevalentemente per decisione clinica, senza che vi fosse nessuna perdita di efficacia. Un dato che, scrive il gruppo di ricerca, evidenzia come la terapia con imatinib possa essere personalizzata senza comprometterne i risultati. Inoltre, nel 15% dei pazienti selezionati, la terapia è stata sospesa: sebbene questo richieda un monitoraggio attento e regolare soprattutto nei primi 6 mesi, quando il rischio di recidiva è più alto, a 5 anni l’86% dei pazienti ha mantenuto la remissione senza farmaco.

Gli effetti collaterali del farmaco sono frequenti, ma per la maggior parte lievi (grado 1-2, come crampi muscolari, edema periorbitale, anemia) e raramente gravi. Per quanto riguarda i fattori prognostici, lo studio conferma, come in lavori precedenti, l’importanza dell’ELTS (EUTOS Long-Term Survival) score come principale indice prognostico.

Questo studio è retrospettivo e monocentrico, quindi con possibili bias e dati non sempre completi, e copre un arco temporale molto lungo durante il quale sono cambiati approcci terapeutici e modalità di monitoraggio della malattia, introducendo una certa eterogeneità. Inoltre, include una quota di pazienti trattati inizialmente con interferone (che riflette la pratica storica ma rende la coorte meno uniforme).

“Il nostro lavoro fornisce un importante punto di riferimento per un confronto sul trattamento, in rapida evoluzione, della CML. Rispetto ai TKI di seconda e terza generazione approvati o di prossima approvazione per la leucemia mieloide cronica, la risposta all’imatinib è certamente più lenta. Tuttavia, il farmaco mantiene un profilo estremamente favorevole in termini di tollerabilità e sicurezza, in particolare per quanto riguarda il rischio cardiovascolare, risultando una scelta appropriata soprattutto nei pazienti più fragili o con comorbidità. Il suo uso è come una maratona: va lento ma lontano. E questo è cruciale in un trattamento cronico che richiede tollerabilità e sostenibilità nel tempo”.

Alessandro Costa, ematologo dell’Università di Cagliari e primo autore del lavoro.

Fonte: Costa A, Scalzulli E, Carmosino I et al. Very long-term outcomes of chronic-phase chronic myeloid leukaemia patients treated with imatinib: A 25-year real-world cohort study. Br J Haematol (2026) https://doi.org/10.1111/bjh.70418