Giornata Internazionale della donna: i dati che raccontano il ruolo delle donne nella sanità, nella ricerca e nelle scienze.

Nella lotta contro la pandemia COVID-19 il contributo delle donne è stato fondamentale, anche perché la loro presenza è dominante nel settore sanitario.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), le donne rappresentano il 70% della forza lavoro nel campo della salute a livello globale.

Anche in Italia le donne sono il 67% del personale all’interno del Sistema sanitario nazionale (SSN). Dai dati del Conto annuale del ministero dell’Economia e delle finanze, emerge che tra i medici la percentuale di donne e uomini è abbastanza vicina, mentre in tutte le altre professioni la quota femminile supera di molto quella maschile. In particolare tra gli infermieri che contano più di 207mila donne e circa 60mila uomini.

Anche al di fuori del sistema sanitario pubblico, tra i medici di medicina generale e gli specialisti privati, le donne sono sempre di più. Le iscritte all’albo dei medici sono passate dal 38% del 2011 al 42% del 2019.

Nonostante il peso delle donne nel settore, esiste ancora un divario di genere a favore degli uomini nella retribuzione.

L’Organizzazione delle nazioni unite (ONU) stima che la disparità di salario tra uomo e donna è ancora dell’11% nel settore sanitario, a livello globale. Nella maggior parte dei casi questa differenza non è giustificata da maggiori qualifiche o migliore grado di istruzione da parte degli uomini. Nel comparto sanità, le donne generalmente svolgono in numero maggiore lavori meno prestigiosi e meno pagati, e in quota maggiore lavorano part time. Anche all’interno dell’SSN italiano, la percentuale più alta di personale a tempo parziale è rappresentata dalle donne, sia come ricercatrici sia in altri ruoli.

Negli ultimi 15 anni, molti passi in avanti sono stati fatti, ma secondo l’OMS a livello globale gli uomini ricoprono ancora la maggior parte dei ruoli più importanti nell’ambito della salute. Per esempio, il 69% delle organizzazioni globali sono dirette da uomini e l’80% dei presidenti dei consigli di amministrazione sono uomini.

Il numero di donne continua a crescere anche in altri ambiti scientifici. Per il 2019, in Europa si contano più di 6,3 milioni di donne scienziate e ingegnere, che rappresentano il 41% delle persone occupate in quegli ambiti. Le scienziate e le ingegnere superano il 50% in quasi tutte le zone della Spagna, della Polonia e della Svezia, così come in Lituania (55%), Lettonia (53%), Danimarca (52%) e Norvegia (55%). L’Italia non è tra le migliori: con lievi differenze da una zona e l’altra, solo tra il 30% e il 35% degli scienziati e degli ingegneri è donna.

A differenza del settore biomedico, le donne rimangono in generale ancora in minoranza nell’informatica, nella fisica, nella matematica e nell’ingegneria. Secondo i dati dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (UNESCO), circa il 33% dei ricercatori nel mondo sono donne (erano il 28% nel 2013). Non c’è una correlazione diretta tra la ricchezza di un paese e il numero di donne occupate nella ricerca: per esempio in Francia e Germania, poco più di un ricercatore su quattro (28%) è donna. Se negli enti governativi e nelle università per le ricercatrici le cose vanno un po’ meglio, la percentuale femminile all’interno dell’industria è particolarmente bassa. Uniche eccezioni sono Islanda, Lettonia, Lituania e Spagna dove le donne rappresentano circa il 30-40% dei ricercatori. In Italia la presenza delle donne negli enti di ricerca pubblici è aumentata del 12,1% dal 2009, così come è cresciuta del 7,7% nell’università (Conto Annuale, MEF). Ma nel settore ricerca e sviluppo (R&S) è il non-profit a occupare la percentuale maggiore di donne.

Nonostante le donne pubblichino tanti articoli scientifici quanti ne pubblicano gli uomini, le ricercatrici hanno meno probabilità di apparire in riviste di alto profilo o di essere prime autrici o autrici principali di uno studio. Inoltre, le loro pubblicazioni ricevono meno citazioni da parte dei colleghi. Queste difficoltà influenzano tutta la vita accademica delle donne, poiché in base ai risultati ottenuti aumentano le possibilità di ricevere finanziamenti per le ricerche o raggiungere posizioni prestigiose. Molte ricercatrici così scelgono di non proseguire nella ricerca, per questo la carriera accademica delle donne tende ad essere più breve di quella degli uomini.
Un altro fattore da prendere in considerazione riguarda la visibilità riservata alle donne – sono invitate ai convegni meno spesso dei colleghi uomini – e l’assegnazione di prestigiosi premi.

L’esempio più importante riguarda il premio Nobel. Assegnato a più di 900 persone nel corso della sua storia, dal 1901 al 2019, solo in 53 casi lo hanno ricevuto delle donne: 19 in totale nelle categorie di fisica, chimica e fisiologia o medicina.

La scienziata Marie Curie è stata la prima nel 1903, quando ha ricevuto insieme al marito il premio Nobel per la fisica. Dopo otto anni le fu assegnato il Nobel per la chimica. Marie Curie è stata la prima persona nella storia a ricevere due volte il premio Nobel, e l’unica che li ha ricevuti in due discipline scientifiche diverse.


Per promuovere la presenza delle donne nelle discipline scientifiche, l’UNESCO e l’UN-Women (l’organizzazione delle Nazioni Unite dedicata alla parità di genere) hanno istituito nel 2015 la Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza che si celebra ogni 11 febbraio. Questo il messaggio alla base: per affrontare le grandi sfide globali è necessario che la scienza e le opportunità per le donne migliorino di pari passo.

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