Nei pazienti con LAM la malattia residua è misurabile in citofluorimetria su un campione di sangue periferico e ha rilevanza prognostica.

L’utilizzo del campione di sangue periferico può essere un utile sostituto nella rilevazione della malattia residua nei pazienti affetti da Leucemia Acuta Mieloide (LAM). Questo il risultato del lavoro presentato dal dott. Luca Maurillo, ematologo presso l’Unità Operativa Complessa di Ematologia del Policlinico Tor Vergata a Roma, nel corso dell’ultimo convegno della Società Italiana di Ematologia. 

Luca Maurillo

Dal punto di vista pratico questo risultato sembra avere diverse implicazioni “Infatti, lo studio ha una duplice finalità – commenta Maurillo – da una parte utilizzando una soglia definita, pari allo 0,1%, possiamo dire che in tutti coloro in cui si supera questo valore nel sangue periferico riscontriamo la presenza di malattia anche nel midollo osseo, dall’altra la combinazione delle due rilevazioni diagnostiche riflette importanti implicazioni anche dal punto di vista della stratificazione dei pazienti. Riusciamo infatti ad identificare un sottogruppo di pazienti a prognosi migliore”

Nell’ambito di una malattia così eterogenea come la LMA è molto importante identificare la categoria di rischio del paziente in modo da modulare al meglio la terapia ed intensificarla qualora fosse necessario. Ed è anche questo un aspetto su cui questo lavoro va ad incidere.

 

“Un vantaggio evidente di questa metodica sta nella sua minima invasività, il che consente di effettuare numerose analisi e quindi di seguire l’andamento della malattia con molta più attenzione. 

Negli anziani questo è molto importante, potendo evitare di sottoporli ad un prelievo di midollo, intervento che ha un certo grado di invasività. Ma anche per i giovani i vantaggi sono evidenti, è infatti possibile pensare di eseguire dei semplici prelievi del sangue ogni due settimane, ad esempio, ottenendo così una stretto controllo della malattia a fronte di un impegno minimo.”

 

Anche la gestione del campione e dell’analisi è più semplice. È infatti possibile effettuare questa analisi presso i laboratori che normalmente si occupano di malattia residua ma c’è anche il vantaggio dato dal campione di sangue periferico che, rispetto al campione di midollo, è più facilmente analizzabile e i cui dati sono più riproducibili “Mentre nel midollo osseo troviamo varie sottopopolazioni midollari di cellule maturanti che possono interferire nell’analisi – ci dice Maurillo – nel sangue periferico queste popolazioni non sono presenti e quindi i blasti, le cellule patologiche, sono più facilmente identificabili.”

Un problema però rimane, perchè nel sangue c’è meno malattia rispetto al midollo e quindi ti devi muovere su valori differenti; da qui la creazione di una soglia di riferimento.
La definizione del valore soglia, qui fissato allo 0,1% di blasti, è importante perché al di sotto di questo valore il dato non è significativo e bisogna necessariamente effettuare un prelievo di midollo per confermare l’eventuale assenza di malattia. In termini pratici questo significa che “se noi troviamo un valore dello 0,5% nel sangue periferico, sappiamo con certezza che la malattia è presente nel midollo del paziente e che il trattamento dovrà essere intensificato.”

Questo studio ha però un’altra implicazione importante: il suo significato prognostico. Nella categoria di pazienti classificati come basso rischio, sulla base di questa doppia analisi, è possibile stratificare ulteriormente la prognosi. “A parità di terapia erogata c’è un sottogruppo che risponde molto meglio alla terapia. Coloro che hanno sia il midollo che il periferico negativo vanno molto meglio di coloro che hanno midollo negativo ma periferico positivo.” In termini pratici questo significa che il 75% di questi pazienti sono liberi da malattia a distanza di due anni.  

I dati qui raccolti sono di natura prospettica e retrospettiva. I dati del passato, retrospettivi, derivano dai vecchi protocolli GIMEMA, mentre i dati prospettici, raccolti in tempo reale, derivano dallo studio GIMEMA AML 1310 (di cui parleremo in un futuro articolo). Un aspetto molto importante dello studio è, oltre al numero dei pazienti coinvolti, questi hanno ricevuto un trattamento omogeneo, con lo stesso tipo di approccio. 

“Nel futuro puntiamo a far entrare questo tipo di analisi nella normale pratica clinica” ci dice Maurillo

in modo che si possano evitare, per quanto possibile, i prelievi di midollo osseo in occasione dei controlli e si migliori l’identificazione di questo nuovo sottogruppo di pazienti a prognosi migliore.