Le mutazioni genetiche di JAK2, CALR e MPL, incorporate nei modelli predittivi, sono state riconosciute come “driver” del fenotipo clinico della trombocitemia essenziale e la loro presenza, rilevata anche in studi longitudinali, è utile per ottenere informazioni sulla prognosi della malattia.

Nella trombocitemia essenziale, la maggior parte delle informazioni relative ai fattori di rischio per gli eventi critici, tra cui le trombosi, derivano da studi osservazionali multicentrici che registrano lo stato d’arte corrente della pratica clinica; più ridotto è il numero di risultati derivanti da studi longitudinali, che analizzano i campioni nel tempo, condotti presso singoli centri di alta specializzazione per il tipo di patologia. Entrambe le tipologie di studi hanno pro e contro. Di recente, sono stati resi noti i dati di due studi condotti presso singoli centri: l’ospedale Careggi di Firenze e la Mayo Clinic di Rochester (Stati Uniti), dove sono stati analizzati 2000 pazienti con trombocitemia reclutati in un arco temporale di 40 anni.

Nell’editoriale pubblicato a fine gennaio sulla rivista Blood Cancer Journal, a firma di Tiziano Barbui, professore di Ematologia e direttore scientifico della Fondazione per la Ricerca dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo (FROM), sono stati sottolineati il valore e l’affidabilità dei risultati ottenuti da questi due studi longitudinali: l’elevato numero dei casi riportati e le numerose informazioni ottenute possono costituire uno standard di riferimento per la valutazione della storia naturale di questa malattia mieloproliferativa.

La trombocitemia essenziale è una neoplasia rara dovuta a lesioni genetiche delle cellule staminali del midollo osseo, che causano una aumentata produzione di piastrine (anche dette trombociti) circolanti nel sangue. La diagnosi avviene sulla base dei criteri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dei Criteri di Consenso Internazionali (ICC) che richiedono una valutazione completa delle caratteristiche cliniche e molecolari della malattia al fine di evitare errori diagnostici. Nel corso degli ultimi venti anni numerosi passi avanti sono stati fatti nella caratterizzazione della trombocitemia essenziale, soprattutto grazie ai dati derivanti da studi osservazionali multicentrici. Se da un lato questo tipo di studio ha il vantaggio di fornire un vasto numero di informazioni sulla popolazione generale di pazienti osservati nella normale pratica clinica, dall’altro pecca di minore accuratezza rispetto agli studi condotti presso centri specializzati per la malattia.

“Questi centri di alta specializzazione hanno il vantaggio di aver conservato i campioni di sangue e di midollo osseo dei pazienti da prima ancora che fossero note le alterazioni genetiche alla base della malattia”, spiega il professore Barbui. “Per questo hanno la possibilità di studiare la correlazione tra le mutazioni che presentano i pazienti al momento della diagnosi e gli eventi che si manifestano dopo molti anni dalla diagnosi della malattia”.

“In questi due studi, condotti presso gli ospedali Careggi di Firenze e la Mayo Clinic, gli autori hanno analizzato in che modo le mutazioni individuate di JAK2, CALR e MPL sono correlate con la mortalità dei pazienti e con la comparsa di eventi intermedi, come le trombosi o l’evoluzione della malattia verso la mielofibrosi”, continua Barbui.

“Uno dei problemi che ho sollevato nell’editoriale è che, essendo questi centri di altissima specializzazione, i pazienti che vi afferiscono non sono forse quelli che normalmente si vedono nella pratica clinica, ma sono quelli più complessi. Ne deriva quindi, la possibilità di un bias (difetto) di selezione, ovvero che i pazienti inclusi negli studi non fossero quelli più rappresentativi della popolazione generale”.

Nell’editoriale viene però spiegato come in realtà questo possibile bias non si sia presentato. Tutti i 2000 pazienti i cui dati sono stati revisionati negli studi dell’ospedale Careggi di Firenze e Mayo Clinic soddisfacevano i criteri attuali di diagnosi dell’OMS e ICC e le mutazioni driver della malattia erano presenti in circa il 90% dei casi. Inoltre, circa il 20% dei pazienti analizzati presentava una storia di complicanze vascolari al momento della diagnosi. Questi dati sono compatibili con quelli della pratica clinica emersi da recenti revisioni sulla trombocitemia essenziale e suggeriscono che gli studi di centri di alta specializzazione possono fornire informazioni generalizzabili per tutti i pazienti.

 

L’editoriale di Tiziano Barbui è disponibile a questo link: https://doi.org/10.1038/s41408-024-00987-y