Un articolo presenta i risultati del trial di fase 3b per il trattamento della leucemia mieloide acuta con mutazioni nel gene FLT3 che hanno elevato rischio di recidiva. I risultati confermano sicurezza ed efficacia del trattamento con midostaurina (un inibitore mirato della tirosin-chinasi mutata) e chemioterapia.

Sono stati da poco pubblicati su Blood Advances i risultati di un trial di fase 3b per il trattamento della leucemia mieloide acuta (LMA) con mutazioni nel gene FLT3: il lavoro aveva lo scopo di confermare i risultati, pubblicati nel 2017, ottenuti dalla studio registrativo in una coorte di pazienti meno selezionata (in particolare per età).

Tra le forme di leucemia acuta, quella mieloide, ossia che prende origine da alterazioni nelle cellule granuloblastiche del midollo osseo, è la più comune per gli adulti: si stima che, in Europa, l’incidenza sia di 3,7 casi ogni 100.000 persone ogni anno. Il 30% circa dei casi di leucemia mieloide acuta presenta mutazione nel gene FLT3, che codifica per un recettore del gruppo delle tirosin-chinasi. L’effetto delle mutazioni risulta in un’attivazione di un via molecolare che determina una proliferazione incontrollata dei progenitori delle cellule ematopoietiche.

Nonostante il trattamento della leucemia mieloide acuta abbia fatto molti passi avanti nel corso del tempo, il rischio di recidive è ancora elevato, soprattutto per pazienti con la mutazione nel gene FLT3.

È proprio su questo gruppo che si concentra questo nuovo studio, nel quale si presentano i risultati di un trattamento basato sulla somministrazione del farmaco midostaurina in associazione alla chemioterapia. “Le fasi iniziali dei trial clinici coinvolgono pazienti molto selezionati, che possono non essere pienamente rappresentativi di quelli incontrati nella normale pratica clinica. Con questo nuovo lavoro abbiamo potuto allargare la platea dei pazienti, così da valutare la terapia su un campione più rappresentativo, soprattutto in termini di età”, spiega Alessandro Rambaldi, professore di ematologia all’Università di Milano e direttore del Dipartimento di Oncologia ed Ematologia dell’ASST Papa Giovanni XXIII, nonché co-autore dello studio.

Il trattamento presentato si basa sulla somministrazione di midostaurina, un inibitore delle tirosin-chinasi che agisce in modo specifico contro l’enzima FLT3 mutato, ed è dunque considerato un farmaco mirato. “La midostaurina è già registrata in Italia, anche se sono in corso altri studi clinici con nuovi inibitori di FLT3, quindi con meccanismo d’azione simile”, continua Rambaldi.

“Nel nostro lavoro abbiamo potuto confermare che la midostaurina in combinazione con la chemioterapia è ben tollerata nei pazienti, anche di età avanzata, purché in buone condizioni generali: abbiamo registrato una remissione completa in più dell’80% dei pazienti al di sotto dei 60 anni di età e fra i 60 e i 70 anni, e del 64% degli over 70”.

Inoltre, la tossicità registrata è risultata simile a quella dei pazienti trattati con sola chemioterapia (episodi di febbre, piastrinopenia, anemia, leucopenia): maggiore efficacia, quindi, in assenza di ulteriore tossicità.

Il nuovo lavoro aggiunge anche due ulteriori, importanti informazioni sul trattamento. La prima è che il tipo di antraciclina, l’antitumorale usato nel programma di chemioterapia (idarubicina o danorubicina), non influenza l’esito del trattamento. La seconda è che l’efficacia dell’antraciclina non risulta ridotta in un trattamento più breve rispetto a quello standard (cinque giorni invece di sette).

 

L’articolo scientifico originale, in lingua inglese, è disponibile a questo link.